sabato 12 settembre 2009

Albano, “no inc” protestano all’Ecofest di Frascati

Proteste del Coordinamento contro l’inceneritore di Albano Laziale sono avvenute questa mattina a Frascati, a Villa Torlonia, nell’ambito della inaugurazione della Ecofest 2009 organizzata dall’assessorato regionale all’Ambiente.

Un gruppo di manifestanti ha innalzato uno striscione con su scritto Non vogliamo l’inceneritore di Albano e ha fermato l’assessore all’Ambiente della Regione Lazio, Filiberto Zaratti, per ribadire il proprio no all’impianto di Albano Laziale. “Affermiamo con forza - hanno detto i rappresentanti del coordinamento contro l’inceneritore di Albano Laziale - che questa e’ una scelta di cui il potere politico dovra’ assumersi le responsabilita’ sanitarie, economiche e sociali verso il territorio dei Castelli e la sua gente“.

Il gruppo di manifestanti ha quindi sottolineato che si tratta “di una costruzione e gestione di un ecomostro“, incompatibile con il territorio. “Il 1 settembre abbiamo appreso il rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale da parte della Regione Lazio per la costruzione dell’inceneritore di Albano ma il nostro no rimane categorico. Non vogliamo l’impianto“. Il Coordinamento ha quindi programmato incontri pubblici nel territorio dei Castelli a breve termine. (Adnkronos)

INCENERITORI LAZIALI, SOTTOSTIMATA L’INCIDENZA DEI TUMORI

Fonte: la voce dell'emergenza - il blog

Sicilia, adesso a rischio il Piano Rifiuti

Non è bastata una gara d’appalto e una successiva trattativa privata per risolvere il nodo della realizzazione dei termovalorizzatori in Sicilia. La giunta regionale si appresterebbe, dopo questi tentativi falliti, a modificare il piano regionale rifiuti, per scongiurare una nuova crisi, questa volta strutturale: il sistema delle discariche reggerà per i prossimi due anni prima di raggiungere la saturazione – ha detto il responsabile dell’osservatorio rifiuti dell’Agenzia regionale Salvatore Raciti -. Ma la corsa contro il tempo è già iniziata e si lavora a pieno ritmo per allargare la discarica palermitana di Bellolampo e per gestire al meglio i 13 siti che oggi si fanno carico di tutta l’immondizia prodotta dall’isola, circa 2,6 milioni di metri cubi all’anno. Ma i nodi da sciogliere sono molti e riguardano l’intero sistema di gestione dei rifiuti e vanno dalla mancata realizzazione dei termovalorizzatori, al riordino-accorpamento degli Ato (che hanno accumulato debiti multimilionari), passando dalla piaga dell’evasione della tariffa rifiuti fino alle situazioni più locali, ma non meno rilevanti, come la situazione di Amia Palermo: a dicembre è stata ricapitalizzata con 80 milioni di euro ricevuti dal governo, a cui si è aggiunto lo stanziamento da 150 milioni disposto dal Cipe a luglio oltre alla possibilità per il sindaco, sempre accordata da Roma per scongiurare il peggio, di avvalersi del ritocco dell’Irpef per accordare le anticipazioni dei corrispettivi dedotti nel contratto di servizio.

Ma il tema centrale di queste ore è quello dei termovalorizzatori che nessun sembra intenzionato a realizzare, almeno stante le condizioni e le procedure individuate fin quei dall’Agenzia regionale acque e rifiuti. E questo potrebbe spingere nelle prossime ore la giunta regionale a cambiare il piano rifiuti del 2002 che prevedeva la realizzazione di quattro sistemi integrati – ciascuno costituito da stazioni di trasferenza, impianti di pretrattamento, termovalorizzatore e discarica per sovvalli – nelle aree di Casteltermini, Augusta, Palermo (Bellolampo) e Paternò. In base a quel documento vennero individuati gli operatori che divennero concessionari del servizio in base a una procedura impallinata nel 2007 dalla Corte di giustizia europea. Di qui la decisione di modificare le forme di pubblicità come indicato dall’Europa per gli appalti. Ma finora i tentativi sono falliti. A giugno è andata deserta la gara, stante la difficoltà di trovare nuovi operatori disposti ad accollarsi le spese già sostenute dagli ex concessionari (le società del gruppo Falck e Waste Italia) titolari dei siti e delle autorizzazioni per i quattro impianti. Si tratta di una partita per oltre 300 milioni di euro.
Fallito anche il tentativo della trattativa privata: nessuno dei tre consorzi, tra i quali ci sarebbero anche gli ex concessionari oltre a Veolia e a un consorzio di primo piano nella gestione dei rifiuti nel Lazio. Nessuno, dopo le prime informali manifestazioni di interesse, risultava aver formalizzato un’offerta economica entro il 31 agosto. Resta dunque aperta la questione della liquidazione delle ex concessionarie e soprattutto della valutazione economica che venne fatta un anno fa per la loro uscita di scena su cui il governatore Raffaele Lombardo aveva minacciato di dare battaglia. Poi c’è il nodo dell’aggiornamento del piano rifiuti che potrebbe individuare soluzioni diverse rispetto alla costruzione di quattro impianti: ma in questo caso sarà necessario procurarsi da capo tutte le autorizzazioni, dopo aver individuato gli eventuali nuovi siti. L’unica cosa certa, a quanto pare, è che il governo non farebbe comunque mancare gli incentivi Cip6 già accordati ai vecchi impianti, e cioè circa 4 miliardi di euro rispetto a un investimento totale stimato per i termovalorizzazoti di 5 miliardi di euro.

(IlVelino)

Il mare italiano è radioattivo

Scorie di navi. A perdere

Ecomafia: le “navi a perdere” e lo smaltimento illegale delle scorie radioattive. Navi che affondano, rifiuti che spariscono: un business da miliardi di euro. Le denunce di Legambiente e del WWF. Lo strano caso della motonave Rosso.

Si può essere favorevoli, si può essere contrari: l’unica cosa certa è che con il “nucleare” avremo sempre più a che fare nei prossimi anni.

Il problema principale, però, non sarà l’utilizzo dell’energia nucleare, ma ciò che di essa rimane una volta esaurita: le scorie radioattive, rifiuti molto pericolosi, troppo pericolosi. E se smaltire questi carichi pericolosi per alcuni è un problema per altri è un affare, molto grosso, troppo grosso.

In Italia, Legambiente ha coniato il termine ecomafia per identificare il traffico illegale dello smaltimento dei rifiuti, anche non quelli pericolosi, e in generale tutti i reati contro l’ambiente, abusivismo edilizio compreso, che alle organizzazioni criminali hanno fruttato circa 20 miliardi di euro nel 2007.
Un termine ormai entrato nel vocabolario comune che diventa d’attualità a ogni emergenza rifiuti in Campania, ma che non scompare una volta spente le telecamere. L’ecomafia è una questione con il quale tutti abbiamo a che fare, pur non rendendocene conto: basterebbe interessarsi del “ciclo dei rifiuti” per capire dove vanno a finire i nostri sacchetti, per capire quali affari gravitano intorno a una discarica (tanto da mandare l’esercito a “difenderla”).
Non parlare di ecomafia, e pensare che il problema dello smaltimento dei rifiuti sia confinato in qualche zona dell’Italia, non la fa sparire: come ogni altra mafia si nutre e vive di silenzio.

Lo smaltimento dei rifiuti tossici è un problema mondiale; è l’ultimo libro-inchiesta di Carlo Lucarelli che ha fatto riemergere la questione nel corso delle ultime settimane. In “Navi a perdere”, ultima pubblicazione della collana VerdeNero edita dalla casa editrice milanese Edizioni Ambiente, lo scrittore bolognese racconta la strana storia della motonave Rosso (ex Jolly Rosso) e delle persone che su di essa hanno indagato e hanno, nel caso del comandante Natale De Grazia, dato la propria vita.
Come emerge dalle numerose denunce di Legambiente e del WWF, la cosa più inquietante e che non può far dormire nessuno tranquillamente è che il mondo è la discarica di chi traffica in rifiuti pericolosi e chiunque provi a scoperchiare questo vaso di Pandora, spesso, fa una brutta fine.

La storia della motonave Rosso comincia quando la sua vita per i mari finì il 14 dicembre 1990 incagliandosi nei pressi di Vibo Valentia, sulla spiaggia di Formiciche. Nel 1988 era stata noleggiata dal Governo italiano per andare a recuperare in Libano 9.532 fusti di rifiuti tossici esportati illegalmente da aziende italiane, tornando in Italia con il soprannome di “nave dei veleni” e restando nel porto di La Spezia dal 18 gennaio del 1989 al 7 dicembre del 1990.
Giuseppe Bellantone, comandante in seconda della capitaneria di porto di Vibo Valentia, intervenuta sul posto insieme ai carabinieri, testimoniò che il giorno dopo il naufragio a bordo del relitto della Rosso si sarebbero presentati «agenti dei servizi segreti» e che rinvenne sulla plancia della motonave documenti che «richiamavano la natura della radioattività del carico».
Sulla nave fu riscontrato uno squarcio enorme nella murata sinistra della stiva non visibile da terra, aperto solo dopo che la nave si era arenata. Secondo i Carabinieri tale apertura è servita per fare uscire dalla stiva qualcosa di importante e voluminoso; sul fondale marino vengono rinvenuti un camion, un muletto da 40 tonnellate e tre container e nel rapporto riassuntivo della Capitaneria di Porto di Vibo si può leggere che i container vuoti stivati a prua del garage sono stati quantificati in 25, mentre quelli recuperati sono stati 17 vuoti dalla prua del garage e 3 nel fondo del mare in corrispondenza dello squarcio. La domanda, ovviamente, è una sola: cosa c’era sulla Rosso?

Prima di arenarsi la Rosso lanciò un SOS, l’equipaggio fu recuperato dagli elicotteri di soccorso, ma la nave non affondò e finì, come detto, sulla spiaggia di Formiciche.
Un affondamento mancato, ma non il primo episodio di questo tipo a largo delle coste calabresi: la motonave Rigel affondò al largo di Capo Spartivento (RC) nel settembre del 1987 in un tentativo di frode ai danni dell’assicurazione, condannato grazie a un’inchiesta qualche anno dopo, ma che fece emergere inquietanti dubbi sul carico trasportato che andò perso in fondo al mare (scorie nucleari nascoste in container pieni di cemento e polvere di marmo).
Un’indagine coordinata dal procuratore reggino Francesco Neri accertò il legame tra lo spiaggiamento della Rosso e l’affondamento della Rigel evidenziando un nesso tra i traffici di armi destinati alle ‘ndrine aspromontane e gli inabissamenti di navi e le operazioni di interramento dei rifiuti.
Sebbene manchino le prove certe che leghino gli affondamenti delle navi allo smaltimento illegale di rifiuti tossici, emerge il meccanismo di queste “navi a perdere” dai fatti riscontrati e dalle dichiarazioni di numerosi pentiti di mafia e di marinai delle navi affondate: si carica una nave di rifiuti pericolosi, si simula un naufragio, il carico affonda con la nave che non potrà più essere recuperata. Il metodo meno costoso per le imprese e più fruttuoso per le organizzazioni mafiose per smaltire scorie pericolose, senza considerare il guadagno anche delle compagnie di navigazione che intascano il premio assicurativo per naufragio.

Non ci sono prove certe, ma le conseguenze di questo sistema di smaltimenti illegale purtroppo esistono: in un bacino territoriale privo di fabbriche inquinanti come quello cosentino il numero di persone affette da tumori e forme di leucemia è in forte aumento.
In Calabria, che insieme alla Campania somma il 30% degli illeciti ambientali in Italia, si continua a morire di tumori provenienti dal mare intossicato e radioattivo, ma anche dai rifiuti sotterrati. Secondo dati forniti dal Ministero della Sanità, in Calabria nell’ultimo triennio i casi di tumore sono stati 6338: molti, troppi per essere una sfortunata coincidenza.

Forse, molto probabilmente, la Rosso è stata una “nave a perdere” mancata; il fatto certo è che i rifiuti smaltiti illegalmente non spariscono facendo finta che non esistano.
Non si può nascondere tutto lo sporco sotto il tappeto: la natura presenta sempre il suo conto. (Mario Pasquali, voceditalia.it)

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domenica 9 agosto 2009

LA FREGATURA DEL NUCLEARE

di Daniele Rovai

Per le nuove centrali nucleari Italiane lo Stato non darà alcun sussidio perché la loro costruzione sarà interamente finanziata dagli operatori privati. Lo ha dichiarato qualche giorno fa il ministro Scajola a margine dell'inaugurazione del cantiere di Mochovce, in Slovacchia, dove Enel sta costruendo due unità nucleari. Peccato che sia una menzogna. Il “nuovo” nucleare costerà molto alle indebitate casse dello stato ed Enel avrà tutti gli aiuti che servono. Anzi qualcuno l’ha già avuto. Per esempio, l’aver fatto pagare alle famiglie italiane un contratto che riguarda la messa in sicurezza di materiale radioattivo di sua proprietà. Negli anni 80 la Francia, la Germania e l’Italia si accordarono per sviluppare un progetto di reattori veloci che si sarebbero alimentati con le scorie prodotte da loro stessi. Fu usato il termine di centrali autofertilizzanti.


Di quel fallimentare progetto è rimasta una vecchia centrale a Cres Melville, in Francia, dove sono anche stoccate le barre di plutonio usate durante la breve vita dell’impianto. Un terzo di quel combustibile nucleare è di Enel che nel 1998 stipula un contratto per tenerle presso la centrale. Quel contratto aveva una clausola: entro il 2007 l’Enel doveva riprendersi le barre oppure pagare perché fossero ritrattate in Francia, trasformate in rifiuti radioattivi e quindi riconsegnate. Il 30 aprile dell’anno scorso il governo Berlusconi, usando l’azienda pubblica Sogin, perfeziona quell’accordo pattuendo il ritrattamento in 170 milioni di Euro. Il contratto prevede anche un ulteriore spesa di 133 milioni per la cessione a terzi del plutonio recuperato. Le scorie rienteranno entro il 2025.

Il problema è che nel definire il perimetro degli oneri nucleari il legislatore non aveva menzionato le scorie francesi. Quelle erano parte di un accordo di Enel con Edf che non rientrava nello smantellamento del sistema nucleare italiano. Eppure a maggio del 2008 la Sogin - per conto del governo - chiede all’Autorità per l’Energia ed il Gas, che ha il compito di erogarle i fondi per lo smantellamento, i soldi per onorare quel contratto. L’Autorità eroga quei soldi (del Arg/elt 57/09) “in via provvisoria” solo perché il governo le promette di sanare la situazione a posteriori modificando il decreto ministeriale del26 gennaio 2000, cioè la legge che definisce quali sono gli oneri nucleri

Nella sostanza: visto che il governo, maggior azionista di Enel, non vuol far pagare alla sua azienda quei soldi, li fa pagare alle famiglie italiane usando impropriamente fondi per lo smantellamento dei vecchi impianti nucleari. La legge non lo permette? Il governo sanerà la situazione a posteriori modificando a suo pro una vecchia legge. Funziona cosi la democrazia in Italia. Ma non è finita. Un’altro aiuto è arrivato solo qualche settimana fa grazie alla legge “Sviluppo” approvata dal Parlamento il 9 luglio. Con questa legge si ordina al Gestore della Rete Elettrica di immettere in rete “tassativamente” una determinata quota di energia prodotta dagli impianti nucleari “costruiti sul territorio italiano”.

Questo è possibile modificando retroattiva un legge del marzo 1999 - una consetudine ormai - che voleva favorire la produzione di energia da fonte rinnovabile. E’ infatti bastato aggiungere alla frase “fonti energetiche rinnovabili” le parole “energia nucleare prodotta sul territorio nazionale” ed il gioco è stato fatto. Inoltre con quella stessa legge le fonti rinnovabili vengono tassate indirettamente perché si costringe il produttore a pagare l’onere per la trasmissione e la distribuzione anche se la produzione e l’utilizzazione di quell’energia elettrica è sul posto. Una tassa occulta? Dire che il nucleare serve al paese è una bugia. Ed infatti nella sua ultima uscita il ministro Scaiola ha corretto il tiro. Ha detto che “sarà un’affare”. Siamo daccordo con lui. Sarà un affare. Per questo governo.

Altrenotizie.org

NUCLEARE – Nuovo incidente in una centrale tedesca



Un nuovo incidente ha colpito una centrale nucleare tedesca. Una centrale del gruppo RWE ha dovuto essere messa fuori servizio venerdì (scorso) in seguito all'attivazione del sistema di sicurezza.

"Cercheremo di scoprire cosa ha attivato il sistema di sicurezza. Per il momento pensiamo che il fermo non durerà più di due giorni", ha spiegato un portavoce del RWE. Si tratta di un nuovo problema per la centrale tedesca, dopo una serie d'incidenti avvenuti all'inizio di luglio in una centrale gestita dalla società svedese Vattenfall.

Questa serie d'incidenti rischia di agitare un po' l'opinione pubblica tedesca riguardo al nucleare, già sensibile al problema, dato che la stessa Angela Merkell desidera rilanciare l'energia nuclare nel bacino del Reno.

Traduzione dell'articolo:

NUCLEAIRE – Nouvel incident dans une centrale allemande


In Italia, l'informazione relativa al nuclare è ovviamente sempre favorevole... In occasione dell'incidente in Germania, la stampa ha parlato per 5 giorni consecutivi della notizia del blocco della centrale di Bahrein; riportando anche le reazioni delle gente riguardo l'accaduto. Sui nostri giornali nessun riferimento. Inoltre, le fonti rinnovabili sono assenti dai nostri tg e quotidiani e per giunta, se diminuiscono i costi delle materie energetiche (metano, petrolio, carbone) perdono il loro fascino!! Eppure, nel nostro Paese si può vivere di sole e di vento tutto l'anno; mentre in Germania, se tutto va bene, hanno il sole solo per quattro ore al giorno, quando non piove da dieci giorni!! Diamoci da fare, con i piccoli mezzi a nostra disposizione, per far arrivare tutte le informazioni a chi non usa internet!!!